Albino Moret, sanmaurese, alpino, prigioniero e minatore a scavare le gallerie del campo di stermino per lavoro di Dora-Mittelbau, dal 13 ottobre 1943 al 2 maggio 1945.

L’alpino Albino Moret, nato in provincia di Treviso nel 1923, ma abitante ai Pescatori, l’8 settembre 1943 si trovava in Montenegro con il Battaglione Exilles della Taurinense, quando fu catturato dai tedeschi e deportato a Königsberg, dove con altri alpini rifiutò di aderire alla R.S.I.

Fu trasferito a Buchenwald e poi, il 13 ottobre 1943, al Campo di Concentramento Dora-Mittelbau (vicino alla cittadina di Nordhausen), dove furono scavate due gallerie sotto la collina Kohlnstein per ospitare la grandiosa officina del Reich per la produzione delle bombe volanti V-1 e i missili V-2.
Albino per nove mesi visse e lavorò come minatore in galleria. Vide la luce del sole il 15 dicembre 1943 quando le S.S. fucilarono 7 alpini che avevano scioperato per la scarsa quantità di cibo data ai minatori. Erano: Giuseppe Baccanelli, Erminio Bianchet, Giacomo Denoni, Elisio Flematti, Carlo Mossoni, cap.le Ernesto Moz e Giovanni Sola.

Quando incominciarono ad essere prodotte le “armi della vittoria”, Albino fu trasferito nel sotto-campo Ellrich sempre addetto a lavori edilizi. Il 3-4 aprile, all’avanzare delle truppe Alleate, le S.S. iniziarono l’evacuazione del Lager Dora e Albino fu coinvolto in una “marcia della morte” che lo portò fino a Malchow dove il 2 maggio fu liberato dall’Armata Rossa. Il 30 agosto ritornò a casa.


Dagli anni 1984 in avanti Albino è stato un “testimonial” delle sofferenze patite nel Lager Dora e, divenuto cittadino onorario della città di Moncalieri, accompagnò viaggi di studenti a visitare quelle “caverne in cui era stato sepolto vivo durante la sua prigionia”.

Albino Moret, testimone della deportazione e del lavoro forzato a Dora-Mittelbau
Albino Moret, testimone della deportazione e del lavoro forzato a Dora-Mittelbau

Dicembre 1943 – Febbraio 1944, arresto di Segre Lelio Leone Davide e di Roberto Segre, abitanti in via delle Pietre.

Superata la frazione Pescatori appena prima della punta della salita di Sant’Anna, al n.3 di Via delle Pietre è visibile la villetta dove abitò la famiglia Segre Lelio Leone Davide proveniente da Saluzzo – Torino. A San Mauro fu registrata il giorno del censimento della razza il 22 agosto 1938, appena prima della promulgazione delle leggi razziali.

Albero genealogico delle ultime tre generazioni della famiglia Segre Lelio Leone Davide: evidenziati i membri che perirono per la persecuzione razzista (Elaborazione dell’autore)
Albero genealogico delle ultime tre generazioni della famiglia Segre Lelio Leone Davide: evidenziati i membri che perirono per la persecuzione razzista (Elaborazione dell’autore)

Nel dicembre 1943 Lelio Leone Davide Segre viene prelevato dai tedeschi e rinchiuso nel carcere di Torino. Viene poi deportato ad Auschwitz e risulta deceduto in luogo ignoto il 20 febbraio 1944, probabilmente ucciso dopo la selezione.

Il 18 gennaio 1944 Roberto Mario Segre è arrestato a Torino dalla GNR. Il 6 aprile 1944 la responsabilità della sua detenzione passa alla Polizia di Stato Germanica, che, il 19 settembre 1944, ne decide il trasferimento al I Braccio S.S. Germanico.

Scheda di Roberto Segre, Carceri “Le Nuove”, arrestato dalla Guardia Nazionale Repubblicana GNR
Scheda di Roberto Segre, Carceri “Le Nuove”, arrestato dalla Guardia Nazionale Repubblicana GNR
Scheda di Roberto Segre, Carceri “Le Nuove”: consegna al I Braccio S.S. Germanico
Scheda di Roberto Segre, Carceri “Le Nuove”: consegna al I Braccio S.S. Germanico

Roberto verrà tradotto a Bolzano e da qui il 24 ottobre 1944, sul convoglio n.18, verrà deportato ad Auschwitz, che raggiungerà il 28 successivo, scomparendo probabilmente ucciso durante il viaggio o dopo la selezione.

Pietre d'inciampo, a ricordo di Segre Leone Davide e Roberto, poste durante la cerimonia del 30.01.2021 sulle due scalinate di accesso al palazzo comunale di San Mauro.
Pietre d’inciampo, a ricordo di Segre Leone Davide e Roberto, poste durante la cerimonia del 30.01.2021 sulle due scalinate di accesso al palazzo comunale di San Mauro.

Le notizie sono tratte dal mio libro “Sanmauresi nella Resistenza: tracce e percorsi”, Araba Fenice libri, 2024.

 

 

Il 12 maggio 1944 il sanmaurese Pietro Morello e trucidato con altri 4 partigiani al rifugio Geat nel vallone del Gravio

Così nel libro di Mauro Sonzini “Abbracciati per sempre”:

Il 10 maggio 1944 la Val Sangone viene investita da uno tra i più efferati rastrellamenti dell’occupazione nazista in Italia. Nata in ritorsione all’attacco di Cumiana d’inizio aprile. L’operazione il cui nome in codice “Habicht (Astore)” è al comando del colonnello Ludwig Buch e si prefigge l’obiettivo, nell’arco di otto giorni, di annientare la presenza partigiana in valle, innescando una frattura con la popolazione civile.

Sergio De Vitis, comandante della Banda Sergio, cerca di portarsi fuori dal rastrellamento manda in avanscoperta dai laghetti della Balma verso la valle Susa un gruppo di cinque partigiani seguito a distanza dal resto della banda.

Il ventiduenne coazzese comandante di distaccamento Valerio Martoglio, il ventenne orbassanese Vincenzo Governato, il diciannovenne Pietro Morello di S. Mauro Torinese, il diciannovenne torinese Giuseppe Staorengo e il diciannovenne carabiniere valtellinese Aurelio Del Martino cadono però in un’imboscata: nel rifugio Geat val Gravio i nazisti li attendono, li sopraffanno, li interrogano, li torturano e infine li trucidano. I loro corpi saranno quindi recuperati dai civili, provvisoriamente interrati in una fossa comune a ridosso del rifugio e, da novembre 1945, tumulati nell’Ossario dei Caduti di Forno di Coazze.

Vallone del Gravio (v. di Susa) - Rifugio GEAT (m. 1478) da una cartolina d’epoca (Archivio privato Guglielmo Girardi)
Vallone del Gravio (v. di Susa) – Rifugio GEAT (m. 1478) da una cartolina d’epoca (Archivio privato Guglielmo Girardi)

Pietro Morello, 1925, medaglia di Bronzo, 1944.05.12. Motivazione della medaglia di Bronzo 

Pietro Morello, 1925, medaglia di Bronzo, 1944.05.12
Pietro Morello, 1925, medaglia di Bronzo, 1944.05.12

Animato da puri sentimenti patriottici, entrava all’armistizio nelle locali formazioni partigiane di montagna, per combattere l’oppressore. Durante un pesante rastrellamento nemico, pur battendosi validamente, veniva catturato. Sottoposto ad atroci torture e sevizie, sopportava ogni brutalità, preferendo la morte piuttosto che svelare notizie che avrebbero danneggiato le forze partigiane della sua formazione
Vallone del Gravio (Torino), 10 maggio 1944.



Pietro è sepolto e ricordato insieme a molte altre vittime del nazifascismo nell’Ossario dei Caduti della lotta di Liberazione a Forno di Coazze – Cimitero di Guerra Una lapide lo ricorda in S. Mauro nel parco della Rimembranza all’ingresso del Cimitero (ma non nel monumento ai caduti).

L’Ossario partigiano a Forno di Coazze e la lapide che ricorda dove è sepolto il sanmaurese Pietro Morello disposta sulla parete destra guardando l’ingresso della cappella (foto 20161103 dell’Archivio privato Guglielmo Girardi)
L’Ossario partigiano a Forno di Coazze e la lapide che ricorda dove è sepolto il sanmaurese Pietro Morello disposta sulla parete destra guardando l’ingresso della cappella (foto 20161103 dell’Archivio privato Guglielmo Girardi)

Le notizie sono tratte dal mio libro “Sanmauresi nella Resistenza: tracce e percorsi”, Araba Fenice libri, 2024.

Il 2 maggio 1944 a Borgo San Dalmazzo vengono fucilati 13 partigiani tra cui il sanmaurese Vittorio Ferrero.

Il 24 aprile 1944 i tedeschi risaliti dal Vallone dell’Arma e dalla Valle Grana accerchiano diverse squadre di partigiani: per molte ore si combatte attorno al noto santuario [San Giacomo], due partigiani vengono subito uccisi in combattimento, altri vengono caricati su autocarri e portati a valle.
Questi combattimenti rappresentarono un punto molto importante per la resistenza delle bande partigiane negli scontri con le truppe nazifasciste impegnate nel rastrellamento.

Infatti, Paolo Greco, nel diario del CLN piemontese, scrive

“Il CLN delibera la citazione all’ordine del giorno delle formazioni GL di Val Maira, Val Varaita, Gesso, Stura per vittoriosa resistenza marzo-aprile.”

Ma da Castelmagno arrivano invece notizie disastrose. Alla sera del 27 Nuto Revelli annota che “Oggi, a Castelmagno, i tedeschi e i russi hanno sorpreso il grosso della II banda in fase di trasferimento dalla valle Maira. I partigiani di Rosa erano nelle case, riposavano. Per miracolo non cadde tutta la formazione. Feriti e morti dei nostri, e quindici prigionieri, fra cui il tenente Boschiero.

Dopo un breve periodo di prigionia a Castelmagno la mattina del 2 maggio i 14 prigionieri vengono trasferiti a Borgo San Dalmazzo per la fucilazione. Tra essi il sanmaurese Vittorio Ferrero.

Beppe Lerda, uno dei prigionieri condannati a morte, rivolge (e tutti lo ascoltano)  a don Viale, che li assiste, questa domanda:

Ma vicario, la nostra vita che sparisce così è una cosa giusta?

Altro che giusta. È una cosa santa, non solo giusta.

 

Noi abbiamo combattuto, abbiamo resistito. Abbiamo fatto bene, no?

Altro che bene. Perché hai dei dubbi?

 

Sì, sono tanti i dubbi che si agitano nella mia mente. E mi rivolgo a lei che è più esperto di me delle questioni della coscienza.

Guarda, Beppe, che i tuoi due preti, don Bernardi e don Ghibaudo, ammazzati prima di voi [BOVES], sono dei martiri. Anche voi, se saprete affrontare la morte con un certo spirito cristiano, sarete dei martiri. Ma anche se non siete cristiani… sarete comunque dei martiri: martiri della giustizia e della libertà. Pensa alla chiesetta, quella che è vicina al Ponte di ferro, dove hanno ucciso San Dalmazzo. Là c’erano una trentina di giovani con San Dalmazzo. Tutti massacrati. Sono trascorsi diciassette secoli, e li ricordiamo ancora. Voi vi aggiungerete a quella schiera di martiri.

Beppe, dopo queste parole, apparve più sereno.

Intanto piantarono due pali lungo il muro del cimitero. Tutto era pronto per l’esecuzione.

Chiamano Beppe Lerda e Vittorio Ferrero. Li costringono ad abbandonare le scarpe, a camminare a piedi nudi. Li legano ai pali, li bendano. Poi le raffiche e i colpi di grazia al cuore o alla testa.


Poi sistemano i primi due nelle casse, e avanti altri due. Chi dirige le operazioni è il maresciallo tedesco, quello di Tetto Gallotto. I miei occhi sono sempre più annebbiati, e piango, piango. Il massacro precede con una lentezza esasperante. [ … ].

 

Il tredicesimo è solo, poverino, in quel mare di sangue. È li accanto ai pali, e deve assistere a una discussione abbastanza lunga tra il maresciallo tedesco e un certo commendator R., che chiede che l’ultimo dei tredici, che è il più giovane, non venga fucilato. Insiste. Ma tutto e inutile.


Dopo due ore, tanto è durato il massacro, non rimangono che i pali sforacchiati dalle pallottole, e le tredici bare.


Tutti gli anni don Viale ricorderà quei ragazzi fucilati al cimitero di Borgo rinnovando nel ricordo quella sofferenza e quella violenza ingiustificata, ricordandoli come i martiri di San Dalmazzo.
Essi sono:

1) Lerda Giuseppe, 2) Ferrero Vittorio, 3) Longo Galliano, 4) Giordana Lorenzo, 5) Tuninetti Giovanni, 6) Cavallero Tomaso, 7) Bobbio Armando, 8) Boschiero Riccardo, 9) Paparella Domenico, 10) Donadio Pietro, 11) Quaranta Michele, 12) Gozzo Prospero, 13) Berno Erpidio.


Vittorio Ferrero, 1924, medaglia di Bronzo al VM, 1944.05.02
Vittorio Ferrero, 1924, medaglia di Bronzo al VM, 1944.05.02
Vittorio Ferrero, 1924, medaglia di Bronzo al VM, 1944.05.02

Motivazione della medaglia di Bronzo al VM

Audace e generoso partigiano, si aggregava volontariamente a un distaccamento che aveva il compito di resistere ad oltranza contro l’avversario incalzante. Durante varie ore di lotta continua dava prova di tenace volontà, di salda disciplina e di indomito valore. Catturato, sopportava stoicamente sevizie e torture e preferiva la morte piuttosto che piegarsi alla volontà dell’oppressore. Cadeva sotto il piombo nemico al grido di “Viva l’Italia”.
Castelmagno (Alta Valle Grana) – Borgo S. Dalmazzo (Cuneo), 2 maggio 1944.



Ricordato in San Mauro Torinese Colonna Caduti
Ricordato con tutti gli altri giovani in una lapide posta il 25 aprile 2009 a Borgo San Dalmazzo nella piazza 2 maggio che ricorda l’eccidio dei 13 ragazzi.

Le notizie sono tratte dal mio libro “Sanmauresi nella Resistenza: tracce e percorsi”, Araba Fenice libri, 2024.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 31 marzo 1944 l’alpino sanmaurese Giovanni Boccardo della divisione partigiana Garibaldi muore nell’ospedale partigiano di Kolašin (Montenegro).

Giovanni Boccardo di Benedetto e di Pelizza Francesca nato a San Mauro il 16.01.1915
Giovanni Boccardo di Benedetto e di Pelizza Francesca nato a San Mauro il 16.01.1915

Giovanni Boccardo di Benedetto e di Francesca Pelizza nato a San Mauro il 16.01.1915, residente in San Mauro Torinese – Cascina del Mulino, di professione falegname. Titolo di studio: 4ª elementare. Distinzioni e servizi speciali: taglio maschera antigas n. Iª.

All’otto settembre si trovava in Montenegro con il 3° Reggimento Alpini Battaglione Exilles e molto probabilmente seguì le sorti del Battaglione guidato da Armando Farinacci fino al momento della resa dopo i combattimenti del 14-15-16 settembre. Giovanni però non scelse la strada della resa e deportazione in Germania, ma si legò, invece, agli alpini della Taurinense che rimasero in Montenegro, si unirono alla divisione Venezia e continuarono i combattimenti contribuendo alla nascita della Divisione partigiana Garibaldi in cui confluirono.

Nel marzo 1944 Giovanni è nell’ospedale di Kolasin (Montenegro) ricoverato per malattia polmonare fino al giorno 31 quando muore “in seguito a pleurite congestione polmonare (contratta in zona di operazioni)”. È sepolto a “Kolasin nel cimitero militare italiano (davanti alla caserma)”.

Giovanni Boccardo risulta quindi aver partecipato alle operazioni di guerra che si svolsero in Jugoslavia con la formazione partigiana Divisione Garibaldi dal 9 settembre 1943 fino al 31 marzo 1944 data del decesso e che gli è riconosciuta la qualifica di partigiano caduto.

“Diploma d’Onore” alla Memoria (n. 5508) assegnato dal Comando della Divisione Italiana Partigiana “Garibaldi”, il 17 novembre 1945, al Garibaldino Giovanni Boccardo.
“Diploma d’Onore” alla Memoria (n. 5508) assegnato dal Comando della Divisione Italiana Partigiana “Garibaldi”, il 17 novembre 1945, al Garibaldino Giovanni Boccardo.

Il Comando della Divisione Italiana Partigiana “Garibaldi”, il 17 novembre 1945, gli assegnerà il “Diploma d’Onore” alla Memoria (n. 5508):

Si certifica che il Garibaldino Boccardo Giovanni di Benedetto dal 8 settembre 1943 al 31 marzo 1944 ha appartenuto alla Divisione Italiana Partigiana “Garibaldi” nella guerra di liberazione condotta in Jugoslavia contro la Germania.

Le notizie sono tratte dal mio libro “Sanmauresi nella Resistenza: tracce e percorsi”, Araba Fenice libri, 2024, di prossima pubblicazione.